incontri ravvicinati (con immigrati) del terzo tipo
La scorsa settimana ho fatto un paio di incontri ravvicinati con immigrati italiani di vario tipo.
Il primo incontro e’ avvenuto giovedi’ al consolato dove mi sono dovuto recare per ottenere una procura. Non vale la pensa di dilungarsi sulle infinite e misteriose logiche della burocrazia italiana ne’ sul perche’ la via piu’ breve tra 2 punti debba essere per forza l’arabesco che tanto ci ho dedicato gia’ fin troppi post. Ai fini di questo racconto vi basta sapere che per ottenere questo documento mi servivano 2 testimoni, rigorosamente italiani, di fronte ai quali firmare. L’impiegata del consolato mi dice di non stare a portarmi dietro nessuno che tanto 2 buonanime che si prestano a farmi un favore le trovo senza problemi in sala d’attesa. E infatti, con la faccia di tolla che occorre avere in queste situazioni e che a me non ha mai fatto difetto, in sala d’attesa recluto 2 validi esponenti della categoria immigrati del primo tipo (o di prima generazione). Due signori sulla sessantina, uno di Napoli,l’altro di Palermo con una storia simile: partiti dall’Italia che non avevano neanche 20 anni, senza un soldo in tasca, senza conoscere una parola d’inglese e con segnato su un foglio di carta l’indirizzo di un lontano parente o di un amico di un amico di un amico. Uno non torna in Italia da 25 anni, l’altro forse da addirittura piu’ tempo e parla una lingua che e’ uno spasso perche’ l’italiano ormai se l’e’ quasi dimenticato e l’inglese non l’ha mai imparato davvero. Sono arrivati qui, si sono fatti un mazzo tanto facendo lavori manuali e si sono costruiti un famiglia ed un futuro. Adesso sono entrambi in pensione ed erano al consolato per rinnovare i passaporti (scaduti dagli anni 80) in vista dell’agognato viaggio in Italia…il primo insieme ai figli ed ai nipotini.
Il secondo incontro e’ avvenuto domenica a Williamsburg dove, come ogni anno a luglio, si teneva la tradizionale Festa del Giglio: manifestazione delle piu’ tamarre in cui frotte di famiglie di immigrati del secondo tipo (o di seconda generazione) si riversano per le strade di Brooklyn a cantare, ballare, bere vino e mangiare le brasciole (rigorosamente con la s). Il momento centrale della festa arriva quando un gruppo di giovanotti (dai 18 ai 70 anni) si prende sulle spalle un perticone alto 20m e pesante 1 tonnellata con in cima la madonna del Carmelo e san Paolino mentre la banda suona e il prete si rivolge alla folla in visibilio al grido equivoco di “Viva la maria”.
Devo essere onesto, io con questi signori baffuti che indossano la canottierozza bianca, queste casalinghe permanentate cariche d’oro e questi ragazzi iperpalestrati e col capello super ingellato non riesco a sentire una grande affinita’. Sembrano un po’ la caricatura di un ricordo che, invece di essere sbiadito in alcuni punti come i ricordi dovrebbero essere, e’ ricalcato in maniera grossolana. O forse e’ solo che ci ricordano in modo ingenuo e senza filtri alcuni aspetti di quello che significa essere italiani che noi preferiamo, se non proprio nascondere, almeno temperare.
Questi incontri mi hanno inevitabilmente portato a pensare a noi che siamo immigrati del terzo tipo. Formalmente di prima generazione ma con una storia completamente diversa da quella dei 2 signori incontrati al consolato. Venuti in America a cercare la realizzazione professionale, uno zero in piu’ nello stipendio, inseguire un amore o semplicemente per sfizio e voglia di avventura. C’e’ meno coraggio e piu’ frivolezza nelle nostre storie. Non che sia tutto rose e fiori, non che la strada sia sempre spianata, non che non ci siano anche per noi rinunce e sacrifici. Ma non e’ neanche che sia cosi’ dura alla fine.
Volto simbolo della cucina italiana negli Stati Uniti, questa signorotta di 60 anni e’ al timone di un impero forte di decine di ristoranti (tra cui l’intramontabile 


Quello che in Italia non esiste, e, invece, qui e’ la regola sono le bottegucce di quartiere che operose
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