palbi

A blog about how neat it is to live in NY and yet how much it sucks not to be in Italy
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Commenti recenti

  • Dicembre 10, 2011 11:02 pm

    gli ultimi 15gg al cinema

    Quando ho sentito del film su Marilyn il timore era di vedere l’ennesima sgallettata che le fa il verso in stile Valeria Marini al Bagaglino…anche perche’ Michelle Williams e’ tanto bella e tanto brava, i registi la amano ed e’ sempre accorta nella scelta dei copioni ma mica possiamo finta di non ricordarcelo che ha cominciato la carriera nei panni di quella mezza scema di Jen Lindley in Dawson’s Creek. E invece devo dire che la ragazza azzecca la parte in pieno. Non dico che sia un’interpretazione da antologia del cinema o che sbaragliera’ la concorrenza agli Oscar ma non le si puo’ togliere che e’ bravissima a stare in equilibrio tra leggerezza ed inquietudine e ritrarre il personaggio di Marilyn nelle sue contraddizioni: anima candida ma anche un po’ mignotta, immensamente fragile e, al tempo stesso, manipolatrice.  My week with Marilyn e’ un film ben fatto, pieno di charm ed eleganza con scene incantevoli girate nella campagna inglese e bellissimi costumi d’epoca. La pecca e’ un montaggio un po’ frettoloso, di taglio quasi televisivo, che impartisce un ritmo concitato anche quando il film funzionerebbe meglio prendendosi i suoi tempi ma, tutto sommato, e’ un peccato veniale. Curiosita’ potteriana: una particina ce l’ha anche Emma Watson qui nel suo primo ruolo post-Hermione e devo dire che, per quei 5min che e’ in scena, fa una bella figura. 

    Al mondo solo i francesi potevano avere abbastanza faccia tosta per fare un film muto nel 2011. E spiace ammetterlo, probabilmente solo i francesi potevano avere abbastanza savoir faire da riuscire a farne un mezzo capolavoro. The Artist e’ ambientato alla fine degli anni 20 e racconta la storia d’amore tra un divo del cinema muto la cui stella improvvisamente si eclissa e una giovane attrice che si trova catapultata dall’anonimato alla celebrita’ quando i film sonori soppiantano il muto. I 2 protagonisti sono quasi sconosciuti ma mostruosamente bravi. Jean Dujardin prima gigioneggia e poi sprofonda nella depressione come il migliore Mastroianni e Berenice Bejo e’ cosi’ piena di verve e energia che quando e’ in scena si riesce a guardare solo lei. E’ un film inusuale e un po’ magico e se avete occasione ve lo raccomando assolutamente. 

  • Novembre 14, 2011 8:49 am

    gli ultimi 15gg al cinema

    Vai al cinema convinto di vedere un film sopra le righe, eccentrico, visionario e non convenzionale e invece ti servono il piu’  banale dei polpettoni hollywoodiani, piatto, unimaginative e pieno di cliche’. The Rum Diary e’ tratto da un romanzo di Hunter Thompson come Paura e Delirio a Las Vegas, ha lo stesso protagonista (un Johnny Depp meno pimpante di tante altre volte) ma si sente la mancanza di quel talentaccio di Terry Gilliam alla regia e purtroppo della verve e originalita’ di quel film c’e’ poco o niente. Delusionissima

    Altro film, altra delusione. J. Edgar  e’ il biopic sulla vita di John Hoover, il controverso direttore dell’FBI che e’ stato alla guida del bureau per oltre 30 anni e lo ha trasformato da una sconosciuta agenzia governativa con pochi fondi nel nevralgico centro di potere che conosciamo oggi.

    DiCaprio e’ alla ricerca di un ruolo da Oscar (che dopo 10 anni di grandi film si meriterebbe anche), ma questa volta sembra aver scelto il copione piu’ con la testa che con il cuore e, diversamente dai protagonisti dei biopic piu’ riusciti di questi ultimi anni (come il machiavellico Servillo/Andreotti de Il Divo o lo sprezzante Langella/Nixon di Frost/Nixon) non riesce a perdersi dentro il personaggio o a trovare una chiave di lettura davvero suggestiva. Alla regia Clint Eastwood fa un lavoro ben modesto: montaggio pasticciato con i piani temporali che si confondono, cinematografia spenta e su tutto quella caratteristica patina di pesantezza che nei suoi film migliori si traduce in una sensazione opprimente ma di incredibile ed intima profondita’ del racconto mentre in quelli non riusciti, come questo, puzza di vecchio come la canfora. Clint c’ha 80 anni suonati e ha ancora l’energia di sparare un film all’anno; c’e’ da augurarsi che nei prossimi 10 (o 20) ritrovi anche la pazienza e magari di film ne faccia di meno ma torni a sfornare roba di eccelsa qualita’ come ci aveva abituato. 

  • Novembre 2, 2011 10:02 am

    gli ultimi 15gg al cinema

     Midnight in Paris  e’ uscito nelle sale praticamente 4 mesi fa’ ma io ho aspettato fino adesso a vederlo fiducioso che all’Angelika un film di Woody Allen non lo tolgono dalla rotazione a meno che sia gia’ uscito quello successivo. E infatti, nonostante non sia piu’ nuovo, anche l’altra sera la sala era praticamente piena. 

    Film grazioso che racconta la storia di uno scrittore americano in crisi di ispirazione e con una fidanzata che non ama mentre trascorre una settimana di vacanza a Parigi. Magia del cinema, ogni giorno allo scoccare della mezzanotte, il nostro protagonista si ritrova, senza una spiegazione, catapultato nella Parigi degli Anni 20 dove fa amicizia con i suoi idoli letterari Fitzgerald e Hemingway e incontra molti altri grandi di quell’epoca d’oro. Woody Allen ha palesemente scritto questo personaggio pensando a se stesso ma ha poi deciso di affidarlo, per evidenti ragioni anagrafiche, a un Owen Wilson che, oltre a essere ormai pappa e ciccia con valeriascrive, e’ bravo e relatable…per quanto faccia lo stesso un po’ specie  vederlo scimmiottare i manierismi e sentirlo parlare con le parole di Woody. Nel complesso il film, come dicevo, e’ grazioso ma non bello come mi aspettavo (ho sentito in tanti descriverlo come uno dei favoriti per gli Oscar). Quando Woody Allen era Woody Allen i suoi film non erano solo storie piacevoli e raccontate con ironia ed eleganza ma anche uno sguardo originale e acuto sui cambiamenti, i problemi, le incoerenze e le nevrosi della societa’ contemporanea. Oggi pare proprio che dobbiamo accontentarci ma, rispetto alla totale crisi di ispirazione in cui era caduto qualche anno fa’, devo dire che e’ sempre un bell’accontentarsi.

    Margin Call e’ una storia sull’1% . Racconta le vicende di una grande banca d’affari nelle 24h che hanno preceduto il crollo dei mercati finanziari del 2010: la rapacita’, il cinismo e l’assenza di scrupoli con cui perdite per miliardi di dollari sono state consapevolmente e criminalmente riversate sui piccoli risparmiatori vengono esposti ne’ con rancore ne’ con retorica ma con clinica chiarezza. Alla regia c’e’ l’esordiente J.C. Chandor,  da cui devo dire di essere rimasto veramente impressionato. Dirige con stile essenziale e piglio da veterano un cast che metterebbe soggezione a molti tra cui spiccano l’intenso Jeremy Irons, nel ruolo del glaciale ma famelico amministratore delegato, e un enigmatico Kevin Spacey, che interpreta un personaggio in (parziale) crisi di coscienza. Non solo, se e’ vero (come riporta imdb) che il budget complessivo del film e’ poco piu’ di mezzo milioni di dollari e’ anche riuscito nell’impresa di farli lavorare tutti al minimo sindacale. Che, fra l’altro, mi sembra anche una cosa molto appropriata.

  • Ottobre 10, 2011 11:40 pm

    gli ultimi 30gg al cinema

    La prima cosa che ti salta all’occhio quando vedi la locandina di Contagion e’ il cast stellare con 3 attrici che hanno vinto l’Oscar (Winslet, Cotillard e Paltrow) e 3 attori nominati (Fishburne, Law e Damon). La sorpresa e’ che, alla fine della fiera, tutti questi grandi nomi sono abbastanza superflui nell’economia del film. Posso concedervi che ci sono un paio di momenti pregevoli di Matt Damon ma gli altri 5 (benche’ alcuni siano tra i miei preferiti) potevano stare a casa e non cambiava quasi niente. Steven Soderbergh, a forza di girare gli Ocean , ormai e’ diventato sinonimo di casting bulimici…io, pero’, resto sempre dell’idea che gli attoroni li devi reclutare quando aggiungono spessore altrimenti rischi l’effetto da guest star di telefilm. La cosa bella del film, invece, e’ la maniera in cui, poco alla volta, ma inesorabilmente riesce a metterti addosso una sensazione di disagio e di minaccia che incombe: la cinepresa che, per un momento di troppo, indugia incerta su piccoli dettagli apparentemente insignificanti (come mangiare le noccioline al bancone di un bar o una stretta di mano) e li contamina col sospetto ; la colonna sonora che sembra quasi riprodurre il battito del cuore mentre man mano accelera ; la fotografia con le luci che ricordano il neon di un ospedale. Dopo che per un decennio filato i telegiornali hanno fatto di tutto per terrorizzarci a forza di reportage sensazionalistici su Sars, H1N1, mucca pazza e swine flu il film con tempismo perfetto ha beccato l’unica finestra di 6 mesi in cui  non c’e nessuna pandemia di moda. Miliardi di incassi che sono andati a farsi benedire probabilmente ma per chi e’ in sala la sensazione di angoscia e’ tangibile come se fossimo in piena emergenza sanitaria. 

    Melancholia si apre sulle musiche di Wagner con una sequenza in slow motion di una bellezza visiva struggente. Dopo che per 9 minuti filati va avanti cosi’ pero’  io ero terrorizzato di essere ricascato un’altra volta in una trappola artistoide come il mai abbastanza vituperato Tree of Life. Invece al decimo minuto la sequenza finisce e comincia un film complicato ma molto bello che affronta 2 temi: la depressione e l’apocalisse. La melancholia del titolo, infatti, e’ sia la condizione patologica che affligge il personaggio interpretato dalla bravissima Kirsten Dunst (molti dicono superlativa, io mi limito a dire bravissima) sia il nome di un pianeta che entra in rotta di collisione con la terra. La giustapposizione di questi 2 temi, che lo so apparentemente e’ insensata o addirittura ridicola, da’ vita a un risultato stupefacente. Da una parte il senso di ineluttabilita’, paura ed impotenza di fronte alla catastrofe imminente, dall’altra la lotta personale della protagonista con la sua situazione di depressa ed il rapporto difficile, profondo e ricchissimo con la sorella interpretata da una Charlotte Gainsbourg brava almeno quanto la Dunst. Melancholia e’ meno provocatorio di tanti altri film di Lars Von Trier (sicuramente molto meno dello sgradevole Antichrist) ma senz’altro piu’ riuscito, piu’ intimo e piu’ toccante. Sul piano tecnico l’esecuzione e’ magistrale: una splendida fotografia, con la scena illuminata dalla luce celeste di Melancholia che splende nel cielo accanto alla luna ; la solita maniera personalissima di Von Trier di montare le scene con tagli brutali e quasi grossolani e la camera portata a mano, instabile e imprecisa ma grondante di pathos. Esteticamente bellissimo, emotivamente impegnativo…e a tratti un po’ monotono. Ma nel complesso una piccola meraviglia.

  • Settembre 14, 2011 9:33 pm

    Gli ultimi 30gg al cinema

    La storyline di The Rise of the Planet of the Apes e’ questa qui: uno scimpanze’ acquista intelligenza quasi umana a causa di un virus sviluppato in laboratorio e recluta altre scimmie con cui da’ vita ad un movimento per la liberazione dei primati.

    Chiaro che con queste premesse il film si poteva salvare solo a 3 condizioni: una sceneggiatura vibrante, interpretazioni della madonna e effetti speciali fantasmagorici.

    Invece la sceneggiatura e’ piatta e scolastica ; l’unico personaggio che ha un minimo di sviluppo psicologico e’ la scimmia…il che dovrebbe dire tutto. Le interpretazioni sono loffe: James Franco fa il minimo sindacale, Freida Pinto sembra la versione indiana delle strafighe (e stra-cagne) che in Italia piazzano nei cine-panettoni, persino John Lithgow che di solito e’ uno di quegli attori che rubano la scena qui e’ assolutamente spento. Infine, sugli effetti speciali multimilionari che vi posso dire? Belli, bellissimi ma neanche per una frazione di secondo riescono a creare l’illusione che siano vere scimmie e non animazioni del computer. Film inutile

    The Debt appartiene a quel genere, che a me piace molto e che trovo non abbastanza battuto, in cui si mescolano thriller, racconto storico e temi psicologici. Per capirci mi ha ricordato un po’ un film argentino intitolato El secreto del sus ojos su cui avevo scritto un post ormai piu’ di un anno fa’. Nel caso di The Debt l’elemento del thriller e’ dato dal fatto che si tratta di una storia di spionaggio, incentrata attorno alla missione di 3 agenti del Mossad israeliano ; l’elemento storico e’ quello della caccia ai criminali nazisti imboscatisi al termine della guerra e l’importanza simbolica che la loro cattura (per sottoporli a pubblico processo) ha avuto per Israele; infine il tema psicologico e’ quello del senso di colpa e l’esigenza di espiazione per una vita di menzogne da cui il “debito” del titolo. Un film solido e ben recitato che se vi capita vi raccomando di andare a vedere